Ci sono giornate che programmi.
E poi ci sono giornate che, senza saperlo, ti cambiano qualcosa dentro.
Qualche settimana fa ho fatto una cosa che, per chi mi conosce, è piuttosto insolita.
Era un martedì. Un normalissimo giorno lavorativo.
Anzi, a dire il vero, uno di quei periodi in cui probabilmente non avrei dovuto assentarmi nemmeno per qualche ora.
Le scadenze erano tante, le richieste continue e il lavoro non mancava.
Eppure ho deciso di prendermi un’intera giornata.
Non per un viaggio.
Non per una vacanza.
Ma per fare un’escursione in montagna con mio papà e con i miei figli.
La montagna è da sempre una grande passione di mio padre e mi piaceva l’idea di regalare ai bambini una giornata diversa, lontana dagli schermi e dalla fretta.
Il giorno prima avevo lavorato fino a tardi.
Ero stanca.
Nervosa.
La notte ho dormito poco perché la testa continuava a ripassare tutto quello che avrei dovuto fare il giorno successivo.
La mattina siamo partiti.
Durante le due ore di viaggio ero esattamente dove il mio corpo si trovava.
Ma la mia mente era ancora in ufficio.
Rispondevo alle mail.
Parlavo al telefono.
Controllavo notifiche.
Cercavo di tenere tutto sotto controllo.
Poi è successo qualcosa di molto semplice.
La montagna ci ha fatto un regalo.
È sparita la connessione.
Niente campo.
Niente mail.
Niente telefonate.
Niente notifiche.
All’inizio ho provato quel leggero senso di disagio che conosciamo bene.
“E se mi cercassero?”
“E se arrivasse una richiesta urgente?”
Poi, lentamente, quel silenzio ha iniziato a fare il suo lavoro.
Ho alzato gli occhi.
Ho iniziato a guardare davvero dove mi trovavo.
Il profilo delle montagne.
Il rumore del vento.
I sorrisi dei miei figli.
La serenità di mio papà.
E quei due bambini che, con una determinazione sorprendente, affrontavano quasi 900 metri di dislivello senza chiedersi quanto mancasse alla fine.
Erano semplicemente lì.
Presenti.
Curiosi.
Felici di ogni passo.
In quel momento ho capito che ero io l’unica rimasta indietro.
Loro stavano vivendo il presente.
Io continuavo a vivere quello che avevo lasciato in ufficio.
Così ho fatto una scelta.
Ho smesso di combattere con il tempo.
Ho iniziato a vivere quella giornata.
E qualcosa è cambiato.
Non perché i problemi fossero spariti.
Erano ancora lì e mi avrebbero aspettata il giorno dopo.
È cambiato il mio modo di guardarli.
Ho sentito una sensazione che faccio fatica a descrivere, ma che credo tutti abbiamo provato almeno una volta.
Era come se qualcuno avesse collegato il caricabatterie.
Più camminavo, più mi sentivo leggera.
Più respiravo, più tornavano idee.
Più osservavo, più trovavo spazio dentro di me.
Sono riemersi pensieri che da settimane non riuscivo ad ascoltare.
Nuovi progetti.
Nuove prospettive.
Persino le difficoltà sembravano avere dimensioni diverse.
Mi sono resa conto di una cosa.
Dedicare tempo alle persone che amo e a qualcosa che mi fa stare bene non mi stava togliendo energie.
Me le stava restituendo.
Quella giornata non mi ha fatto perdere tempo.
Mi ha restituito lucidità.
E forse è proprio questo il paradosso che viviamo in tanti.
Continuiamo a rimandare ciò che ci fa stare bene perché pensiamo di non avere tempo.
Quando, invece, è proprio quel tempo a permetterci di affrontare meglio tutto il resto.
Sono tornata al lavoro il giorno successivo.
Con la stessa agenda.
Le stesse responsabilità.
Le stesse scadenze.
Ma con una mente diversa.
Più presente.
Più creativa.
Più serena.
E mentre rientravo a casa ho pensato una cosa molto semplice.
Lo rifarò.
Non perché posso permettermi di perdere una giornata di lavoro.
Ma perché ho capito che, ogni tanto, regalarmi una giornata così significa prendermi cura della persona che quel lavoro lo svolge ogni giorno: me stessa.
Un piccolo esercizio di coaching
Ti lascio una domanda che utilizzo spesso nei percorsi di coaching.
Prendi carta e penna e completa questa frase senza pensarci troppo:
“Se mi concedessi una giornata tutta per ciò che mi fa stare bene, sceglierei di…”
Scrivi tutto quello che ti viene in mente.
Poi rileggi la tua risposta e chiediti:
- Cosa mi impedisce davvero di farlo?
- È un limite reale o è una convinzione che mi porto dietro?
- Qual è il più piccolo passo che posso fare già questa settimana per avvicinarmi a quella giornata?
Il coaching non serve a fuggire dalla realtà.
Serve a viverla con maggiore consapevolezza.
Perché spesso il cambiamento non nasce da una grande rivoluzione.
Nasce da una giornata qualsiasi.
Da un sentiero di montagna.
O, semplicemente, dalla scelta di esserci davvero.

